martedì, febbraio 02, 2010

A lezione di Democrazia partecipativa

Le riunioni nelle comunità sull'altipiano boliviano sono un'esperienza da cui non si finisce di apprendere, e nelle quali è sempre piacevole farsi trascinare.
La cronaca parla di una fredda giornata d'estate: alla partenza alle 7.30 la temperatura non supera i 5 gradi, il cielo è plumbeo e appena salito sulla macchina guidata da Eduardo la pioggia inizia a punteggiare il parabrezza.
La destinazione è ancora una volta Amachuma, dove a dicembre abbiamo terminato un sistema d'irrigazione: mancano ancora alcuni dettagli, ovvero consegnare ai nuovi dirigenti tutto il materiale avanzato dalla costruzione e alcuni pezzi che torneranno utili per la manutenzione. Appena arrivati a El Alto, raccogliamo Don Isidoro e William, padre e figlio: la ditta costruttrice.
Eh si, perché la consegna finale del materiale è un po' un pretesto: a fine progetto sono “spariti” un po' di rubinetti e alcuni attrezzi della ditta, e bisogna decidere se è responsabile il guardiano, l'impresa, sconosciuti o chissà chi. In sospeso c'è lo stipendio del guardiano, ma soprattutto il suo onore e la sua rispettabilità all'interno della comunità.
L'appuntamento è alle 8.30, alla sala del sindacato, ma ovviamente quando arriviamo non c'è ancora nessuno: gli orari delle riunioni devono tenere conto di aspetti ben più importanti, come la mungitura, il lavoro nei campi e simili. Fortuna che non piove più, ma salendo siamo entrati nella nube e siamo immersi nel grigio.
Lentamente la sala si riempie, e possiamo iniziare. Si parte con la spiegazione del progetto, si ripercorre tutta la traiettoria che ci ha portato li questo sabato mattina, e inizia la discussione. Parla Don Julio, il nuovo Segretario generale, parla Don Martin, il vecchio segretario generale per difendersi, parla il guardiano,la figlia del guardiano, altri 5 o 6 uomini, ma la soluzione non arriva. Ovvero, molti sono concordi nel ritenere responsabile il guardiano (ma soprattutto il figlio). E anch'io: gli indizi a suo sfavore sono molti, anche se mancano le prove. Ma altrettanti sono concordi nel ritenere colpevole l'impresa. E parecchi borbottano che dovrebbero risolverla tra di loro.
Don Placido, il leader occulto della comunità, sornione sotto il suo cappello inizia le manovre e manda messaggi a Don Julio, che in effetti alla sua seconda riunione appare in difficoltà e con poca capacità di controllo. Propone: votiamo e decidiamo una volta per tutte.
Non si può: la comunità non decide per voto, ma per consenso. Ovvero mette d'accordo le diverse posizioni, fino ad arrivare a quella meno deflagrante. “Che decida il licenciado”, propone qualcuno. Il licenciado (laureato) sarei io, come se un esterno potesse dare la soluzione. Non ci sto, e lentamente ributto la decisione alla comunità. In tutto questo, ormai i rubinetti e gli attrezzi vengono dati per persi, e rimane da decidere sul guardiano: colpevole o innocente?
Don Simon, il guardiano, accetta una parte di responsabilità, ovvero di non essersi recato quella maledetta domenica a sorvegliare il deposito. Con questa ammissione si chiude una parte: una parte del suo stipendio entrerà nella cassa del Comitato di gestione dell'irrigazione.
Tutti d'accordo, facce distese. Ma c'è un ma. Don Simon è anziano, e la sua rispettabilità è importante. Prende la parola la moglie di uno dei figli: “non vogliamo che gli venga rinfacciato nulla, non è un ladro”. E Don Placido, da regista occulto da il suo assenso, e la comunità non parlerà più del fatto. Chiuso, dimenticato, tutti soddisfatti così. Altro che ricorso, cassazione, eccetera.
Molti hanno parlato, molti hanno opinato, ma nessuno adesso fiaterà più: la soluzione è presa, tutti d'accordo con la posizione dell'ultimo che ha parlato: in una comunità piccola non c'è spazio per la frattura.
Sono passate solo tre ore, ma le emozioni sono fortissime: fortunatamente è comparso il sole e dagli aguayos delle donne esce un apthapi fumante: patate, mais, fave, carne, pesce, uova, chuño e tunta. Compartendo il cibo si chiude la riunione e si entra in armonia con la pachamama.
Dopo il pranzo rimane solo il tempo per mostrare alla comunità che il materiale avanzato non sono solo parole, che la pompa di ricambio è li fiammante con il suo adesivo della cooperazione Giapponese, che i sacchi di cemento potranno essere utilizzati per la scuola, e che nella prossima stagione secca potranno bagnare la loro terra a 4.000 metri di quota.

domenica, febbraio 08, 2009

1992 o 2009?

el mulo xe de monfalcon, ma la sa lunga...

domenica, novembre 02, 2008

Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"

venerdì, maggio 16, 2008

Martin Niemoller
pastore luterano tedesco internato a Dachau durante l'Olocausto:

Als die Nazis die Kommunisten holten,
habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten,
habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten,
habe ich nicht protestiert;
ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie die Juden holten,
habe ich nicht protestiert;
ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.

Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Poi vennero per i socialdemocratici,
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico
Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.

Adesso provate ad inserire, da qualsiasi parte i ROM, e vi troverete catapultati a oggi ....

e poi...

Sicuramente molti conoscono questo testo, ma forse sono in pochi a sapere che nel 1933, Niemoller aveva scritto a Hitler: "Noi salutiamo il nostro Führer... Noi, pastori evangelici, assicuriamo fedeltà assoluta e preghiere ardenti"

mercoledì, novembre 14, 2007

Sfera arancione

Comunità di Chocorosi...
Inizio a scrivere, e lo vorrei, quello che mi è successo oggi, ma gli occhi a mandorla della bimba seduta davanti a me mi mangiano. Un anno, forse poco di più, seduta sulle ginocchia della mamma addormentata sul sedile davanti al mio. Ho semplicemente raccolto il cappello caduto nel corridoio, troppo lontano perché le sue mani possano arrivarvi.
Sono in pullman o, come li chiamano qui, flota, tornando a La Paz sotto un cielo plumbeo che promette l'arrivo della stagione delle pioggie; nubi che nascondono il Nevado Illimani, il Huayna Potosì e il Nevado Llampu, lasciando vedere, dei giganti andini di qui solo il Chacaltaya e il Mururata.
Ma torniamo alla scena iniziale. Comunità di Chocorosi, dicevo, prima dell'interruzione degli occhioni. A circa un'ora di moto su strada sterrata da Calamarca. Strade e sentieri che si distendono tra i 4.000 metri del capoluogo e i 4.300 di Chocorosi. Strade che sto percorrendo da una settimana per portare ai professori dei questionari di valutazione dei corsi di educazione ambientale svolti nel corso dell'anno scolastico, in questo momento verso la sua naturale conclusione.
È la quarta scuola che assieme a Karina, la mia collega di Oruro, visitiamo stamattina. Un professore, una classe unica, con bimbi dalla prima alla terza elementare. Mentre il docente inizia a rispondere alle domande, i bimbi non hanno occhi che per i due estranei, e per me, quello più estraneo, in particolare. Come sempre, nei primi istanti gli occhi mi seguono ammutoliti e quasi spaventati. Poi, in un attimo, si scatenano:iniziano a gridare, qualcuno esce dall'aula, mentre i più intraprendenti, due bimbe in questo caso, iniziano sorridermi mentre inizio a stabilire un contatto chiedendo i nomi a tutti.
Una scena già provata varie volte, per farmi mostrare i quaderni e trovare le pagine dove hanno trattato l'educazione ambientale. Ma anche per non lasciare l'impressione di uno straniero muto, impolverato e troppo serio.
Questa volta però succede qualcosa. Rientrano i bimbi che erano usciti, portando con se due palloni, uno da calcio spelacchiato e una sfera arancione da basket. Vedere quest'ultima mi riporta alla mia vita italiana, con un flashback degno del cinema. Siccome la confusione è troppa, il professore prende possesso del pallone da calcio, ma quello da basket finisce tra le mie mani.
Due esercizi di ball-handling, impacciato dal tanto tempo passato e dal giubbotto anti-vento, facendo un po' il pagliaccio. Il pallone mi ha distratto totalmente dal lavoro. E subito la mente vola a quando avevo un pallone per bimbo, ed incoraggiavo schiamazzi e sorrisi nelle varie palestre del monfalconese. E i sorrisi sono gli stessi, mentre sogno di fermarmi li a insegnare basket lassù, a 4.300 metri. Niente da fare, i bimbi hanno il magico potere di catturarmi.
Niente da fare, si riparte, mancano ancora due scuole, e il cielo minaccia pioggia.
Ormai sono ad El Alto, e la città si apre sotto di me.
Ma, tornato in ufficio, confesso ad Anna e Ivan che mi sarei fermato proprio volentieri a riempire quei sorrisi e quegli occhi.

sabato, settembre 08, 2007

eh si, cari miei,
è già passato un anno da quando l'areoplanino si è staccato dall'italico
suolo per catapultarmi in america latina. se fossi una persona seria, vi
parlerei di bilianci, di impressioni, di sogni svaniti, di conferme
avute, di difficoltà e di momenti belli. ma siccome sono sempre il
solito, non voglio amareggiarvi con i miei soliti racconti quasi
fantasmagorici.

no, semplicemente voglio dirvi che anche se da quando sono tornato dalle
vacanze in italia non sono stato particolarmente prolifico, continuo a
pensare a tutti voi (qualcuno di più, qualcuno di meno, ovvio, ma niente
nomi, per carità!).

le cose procedono, ovviamente, un giorno dopo l'altro, anche se questa è
stata una settimana particolarmente sfigata (in ambito lavorativo)...ma
forse è il periodo vista anche la caduta in moto.
io comunque, come sempre non mi lascio abbattere da poche difficoltà, ma
mi lascio sempre trascinare dall'entusiasmo per le molte cose che vanno
bene.

lunedì, settembre 03, 2007

leggete, gente leggete

mah...
http://www.selvas.org/newsBO0807.html
lo so, è lungo...
e se avete ancora energie, che ne dite della Bachelet?
http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1288
hasta pronto, companeros!
e vi ricordo che tra poco più di un mese, sono quarant'anni che...
ciao ciao